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lunedì 21 dicembre 2015

Nel mondo sta accadendo qualcosa di straordinario

ma molte persone non se ne sono accorte

GUSTAVO TANAKA

Molti di noi non si rendono conto che sono in atto cambiamenti straordinari.
Qualche mese fa mi sono liberato dalla società "a procedura standard". Ho spezzato le catene di paura che mi tenevano imprigionato in un sistema. Da allora, vedo il mondo da un'altra prospettiva, mi sono reso conto che tutto sta cambiando e che molti di noi (la maggior parte) ne sono inconsapevoli.
Perché il mondo sta cambiando? In questo post indicherò le otto ragioni che mi inducono a crederlo. 

1. C'è sempre meno tolleranza verso l'attuale modello d'impiego.
Stiamo raggiungendo il limite. Le persone che lavorano con le grandi compagnie non sopportano più il loro lavoro. La mancanza di motivazione si fa sentire come se venisse da dentro di noi, simile ad un grido di disperazione.
Le persone vogliono uscirne. Vogliono mollare tutto. Pensate a quante persone sono disposte a rischiare con un'idea imprenditoriale, a chi si concede un anno sabbatico, a quante persone sono affette da depressione o esaurimento legati al lavoro. 

2. Il modello imprenditoriale sta cambiando.
Negli ultimi anni, con l'avvento delle startup, migliaia di imprenditori hanno trasformato i loro garage in uffici per dare alla luce le proprie idee da miliardi di dollari. Al centro della nuova imprenditorialità c'era la necessità di trovare un investitore. Ottenere un finanziamento era come vincere la coppa del Mondo.
Ma cosa succede dopo aver ottenuto i fondi?

Torni ad essere un dipendente. Potresti aver coinvolto persone che non condividono il tuo sogno, che non sono d'accordo con il tuo obiettivo e ben presto... tutto gira intorno ai soldi. L'interesse economico diventa la spinta principale del tuo business.
Questo mette in difficoltà diverse persone. Startup eccellenti iniziano a fallire perché il modello incentrato sulla ricerca di denaro è incessante.
C'è bisogno di un nuovo modello d'impresa. Qualcuno lo sta già realizzando. 


3. Aumenta la collaborazione.
Molte persone hanno compreso che non ha senso fare tutto da soli. In tanti hanno abbandonato la mentalità "chi fa da sé, fa per tre".
Fermati, fai un passo indietro e pensa. Non è assurdo che noi, 7 miliardi di persone sul pianeta, ci siamo allontanati sempre di più gli uni dagli altri? Che senso ha voltare le spalle alle migliaia, forse milioni di persone che vivono intorno a te, nella tua città? Ogni volta che ci penso mi sento triste.
Per fortuna le cose stanno cambiando. Le teorie dell'economia collaborativa sono sempre più seguite e questo ci dischiude nuove direzioni. La direzione della collaborazione, della condivisione, del sostegno reciproco, dell'unione.
È bellissimo rendersene conto. Mi commuove. 

4. Finalmente capiamo davvero cos'è Internet.
Il web è una cosa straordinaria e solo adesso, dopo anni, ne stiamo comprendendo la forza. Grazie a Internet il mondo è aperto, privo di barriere e di separazioni. Ha reso possibile la solidarietà, la collaborazione, il sostegno reciproco.
Per alcune nazioni internet è stato il principale catalizzatore di vere e proprie rivoluzioni, come nel caso della Primavera Araba. Oggi in Brasile stiamo iniziando a fare un uso migliore di questo fantastico strumento.
Internet sta sferrando duri colpi al controllo delle masse. I grandi gruppi mediatici che controllano le notizie in base al messaggio che vogliono veicolare ed a quello che vogliono farci leggere non sono più gli unici "proprietari" delle informazioni. Seguiamo quello che vogliamo. Esploriamo ciò che ci interessa.
Con l'avvento di Internet, i "piccoli" non restano in silenzio. C'è una voce. L'ignoto viene alla luce. Il mondo è più unito. E il sistema può crollare. 

5. Il consumismo sfrenato è diminuito.
Per troppo tempo siamo stati manipolati per consumare il più possibile. Comprare ogni nuovo prodotto sul mercato, l'ultimo modello di automobile, di iPhone, tonnellate di vestiti e scarpe. Praticamente tutto ciò su cui potevamo mettere le mani.
Andando controcorrente molte persone hanno capito di essere sulla strada giusta. Il "lowsumerism" (basso consumismo), una vita più lenta, il ritorno allo "slow food" sono solo alcuni esempi delle iniziative intraprese che ci mostrano l'assurdità del modo in cui organizziamo le nostre vite.
Sono sempre meno le persone che utilizzano l'auto o spendono più del dovuto. Mentre invece aumenta il numero delle persone che ricorrono allo scambio di indumenti (lo swapping), comprano oggetti usati, condividono risorse, macchine, appartamenti, uffici.
Non abbiamo realmente bisogno di tutto quello che ci impongono. La consapevolezza che esiste un nuovo modello di consumo può colpire al cuore delle società che si fondano sul consumismo esagerato. 

6. Alimentazione sana e biologica.
Siamo stati così folli da accettare di mangiare qualsiasi cosa! Bastava che avesse un buon sapore, per noi andava bene.
Siamo stati così incoscienti che le aziende hanno iniziato ad avvelenare il nostro cibo e noi non abbiamo detto una parola.
Ma poi qualcuno ha iniziato a svegliarsi, rendendo possibile un' alimentazione sana e fondata sul biologico.
Questo cambiamento è sempre più forte.
Cos'ha a che fare con l'economia e con il lavoro? Praticamente tutto, direi.

La produzione di cibo gioca un ruolo chiave nella nostra società. Se cambiamo il nostro approccio mentale, le nostre abitudini alimentari e i nostri consumi, le multinazionali dovranno rispondere e adattarsi al nuovo mercato.
Il piccolo produttore è di nuovo importante per l'intera catena di produzione. Le persone stanno coltivando piante e semi nelle loro abitazioni.
Questo trend può dare nuova forma all'intero sistema economico. 


7. Il risveglio della spiritualità.
Quanti dei vostri amici praticano Yoga? Quanti si dedicano alla meditazione? Ora tornate a 10 anni fa, quanti conoscenti erano dediti a queste attività?
Per troppo tempo abbiamo associato la spiritualità a persone "strane", mistiche.
Per fortuna anche questo sta cambiando. Siamo arrivati al limite della ragione e della razionalità. Ci siamo resi conto che affidandoci solo alla nostra parte cosciente non possiamo capire davvero tutto quello che succede intorno a noi. C'è qualcos'altro e sono certo che volete esplorare questo mistero.
Vogliamo capire come funzionano le cose, la vita. Cosa succede dopo la morte, cos'è questa energia di cui le persone parlano così tanto, cos'è la teoria dei quanti, come i pensieri possono essere materializzati e plasmare la nostra percezione della realtà. Cosa siano le coincidenze e il sincronismo , come funziona la meditazione, com'è possibile curarsi usando solo le mani, come queste terapie alternative (non sempre approvate dalla medicina ufficiale) possono funzionare davvero.
Le aziende permettono ai dipendenti di meditare. Nelle scuole si insegnano ai ragazzi tecniche di meditazione. Pensateci. 

8.  L'ascesa del cosiddetto "un-schooling"come modello d'istruzione alternativo.
Chi ha creato questo modello d'insegnamento? Chi ha stabilito le lezioni che dobbiamo seguire? Chi ha deciso le lezioni del programma di storia? Perché non ci insegnano la verità sulle altre civiltà antiche?
Perché i bambini dovrebbero seguire un determinato insieme di regole? Perché dovrebbero osservare ogni cosa in silenzio? Perché devono indossare un'uniforme?E perché dobbiamo sostenere dei test per dimostrare quello che abbiamo imparato?
Il modello che abbiamo sviluppato non fa altro che formare dei seguaci del sistema. Che trasforma le persone in esseri umani ordinari e mediocri.
Per fortuna molte persone stanno lavorando per rivedere questo modello attraverso i concetti di unschooling (letteralmente imparare senza andare a scuola), "hackschooling" e homeschooling (nuovi modelli educativi, in cui ognuno può modellare il proprio insegnamento a seconda dei propri interessi e del proprio stile di apprendimento) .
Forse non ci avete mai pensato e potreste restare scioccati. Ma il cambiamento è in atto.
In silenzio le persone si stanno risvegliando, rendendosi conto di quanto sia folle vivere in questa società.

Pensate a tutte queste nuove metodologie e provate a rintracciare ancora un po' di normalità in tutto quello che ci hanno insegnato finora. Non credo la troverete.
Sta succedendo qualcosa di straordinario. 

Gustavo Tanaka è un autore e imprenditore brasiliano, che sta cercando di creare un nuovo modello, un nuovo sistema, per l'avvento di una nuova economia. 

Questo blog è apparso per la prima volta su Huffington Post America ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo.

fonte: HuffingtonPost

giovedì 28 febbraio 2013

ASSEFA, Il microcredito in India

Con l'iniziale assistenza degli operatori ASSEFA gli abitanti del villaggio individuano delle priorità,  e queste vengono finanziate con microcrediti

Foto ASSEFA, il microcredito in India
Incontriamo la Presidente di ASSEFA-GENOVA, Avv. Itala Ricaldone, per parlare dell’esperienza di ASSEFA in India nel campo del microcredito e dello sviluppo delle comunità rurali locali nel solco del messaggio di Gandhi in occasione dei 40 anni dell’Associazione.

ASSEFA è nata alla fine degli anni '60 dall’idea di un italiano, il Prof. Giovanni Ermiglia di Sanremo. Ci può raccontare brevemente cosa successe?
ASSEFA è nata su un terreno già “arato” dal discepolo di Gandhi Vinoba Bhave, che aveva avuto l’idea di chiedere ai proprietari terrieri il dono di qualche appezzamento di terra per aiutare i contadini nullatenenti. Vinoba riuscì a mettere insieme 4.200.000 acri di terreno (quanto la superficie della Regione Veneto). I contadini assegnatari dei lotti boodhan (terra-dono) risultarono, però, essere troppo poveri per coltivare quei terreni incolti per anni prima di arrivare ad un ipotetico raccolto. Nel 1968, ormai già vicino alla pensione, Giovanni Ermiglia ebbe l’idea di offrire ad un piccolo gruppo di assegnatari di Sevalur (Tamil Nadu) una somma sufficiente per liberarsi dal debito, che li teneva quasi schiavi del latifondista, e per avere il tempo e il modo di lavorare il terreno loro assegnato fino ad arrivare al raccolto. Si trattava di un microcredito, quando nessuno ne parlava ancora. L’idea più feconda fu quella di chiedere la restituzione del prestito non a proprio favore, ma a favore di altri assegnatari, dando così vita ad una spirale di sviluppo che ha continuato ad allargarsi. Non fu facile: i contadini assegnatari risposero “No: quel terreno non renderà mai nulla!” e solo dopo parecchia insistenza, per pietà verso quel signore che voleva aiutarli e veniva da lontano, si decisero ad accettare.

Come si è sviluppata in questi 40 anni e quali sono le attività di ASSEFA oggi in India?
L’idea di Giovanni non avrebbe avuto lo sviluppo attuale se non vi si fosse impegnato un giovane universitario di Madurai, Loganathan, che coinvolse altri giovani gandhiani per suggerire ai contadini i metodi migliori per coltivare quei terreni. Nel giro di due anni l’area era verdissima ed Ermiglia, tornato carico di dubbi a vedere che cosa fosse successo, rimase letteralmente “a bocca aperta”, come amava ricordare. L’esperimento era riuscito e poteva quindi essere replicato, per cui si cominciò subito a lavorare per aiutare altri assegnatari. Contemporaneamente, però, Giovanni e gli indiani, che si erano impegnati, sperimentavano e progettavano. ASSEFA non è un progetto nato a tavolino, è esperienza vissuta, lavoro e intelligenza. È attuazione delle idee di Gandhi per creare comunità. Comunità di contadini che lavorano insieme i terreni, poi comunità della gente di villaggi, apatica e diffidente: all’inizio occorrevano circa tre anni per riuscire a formare una riunione degli abitanti di poverissimi villaggi o gruppi di capanne. Poi con la presenza nello staff di una donna, Vasantha, nel 1978 è partito il progetto educativo per i bambini. Anche per loro la priorità era ed è formare comunità di scuola, perché imparino subito responsabilità, democrazia e nonviolenza. Ora è più veloce l’inserimento di nuovi villaggi, perché sono questi a chiedere di partecipare, vedendo la riuscita dei loro vicini. Così, al marzo 2008, i villaggi ASSEFA erano 9.766. Ora certamente hanno superato i 10.000. Vale la pena ricordare che l’attenzione dei dirigenti è olistica, vale a dire che tutte le esigenze primarie delle famiglie vengono prese in considerazione: l’agricoltura, l’artigianato, l’educazione, il commercio, la promozione delle donne, la sanità, l’ambiente, il rispetto delle religioni, la nonviolenza… Tutto è portato avanti con mezzi poverissimi, pensato, sperimentato e documentato. La tecnologia è inserita soltanto laddove allarga le possibilità di lavoro e di comunicazione e non crea dipendenza. Per esempio un trattore darebbe lavoro ad un contadino e centinaia di altri resterebbero disoccupati, per non parlare del costo dei pezzi di ricambio, mentre una pompa, che tragga l’acqua da un pozzo, dà possibilità di bonificare terreni che sarebbero aridi o semiaridi, da cui invece molti contadini possono trarre sostentamento. Gli impianti di lavorazione del latte rendono possibile il progetto caseario (di cui fa parte quello che intendiamo sostenere per la produzione del burro a Uchapatty) per migliaia di donne.

Parliamo di microcredito come volano nello sviluppo delle zone rurali indiane. Ci può raccontare come funziona nella realtà locale?
Il microcredito è, si può dire, il motore delle varie linee di sviluppo. Con l’iniziale assistenza degli operatori ASSEFA gli abitanti del villaggio individuano delle priorità e queste vengono finanziate con microcrediti. A mano a mano che questi vengono restituiti, c’è la possibilità di ampliare i progetti. L’ambito, però, in cui il microcredito trova la sua maggiore efficacia, è quello della promozione di genere. Le donne, che sono considerate una disgrazia quando nascono, perché saranno motivo di impoverimento della famiglia per via dell’usanza della dote, si sono rivelate capaci e affidabili, più degli uomini. Formare gruppi di donne, abituate all’isolamento e all’emarginazione, è stato un lungo lavoro. Inizialmente è stato un modo per poter parlare di fondamentali principi di igiene e di puericultura, ma poi è stato appunto sperimentato il microcredito al gruppo. Il che richiede un notevole progresso culturale, perché tutto deve essere registrato: riunioni, risparmi, prestiti, restituzioni. Per le donne è stata creata una filiera finanziaria mediante la quale sono diventate azioniste di una banca, la Sarvodaya Nano Finance Limited (SNF). Nel Convegno di otto giorni in occasione dei 40 anni di ASSEFA, che si è tenuto a Madurai nello scorso settembre, il Direttore organizzativo della SNF ha parlato di 73.000 gruppi di auto-aiuto, Self Help Groups, prevalentemente femminili.

La visione gandhiana del villaggio autosufficiente e dei suoi abitanti, Cittadini rispettosi della Natura e della Democrazia, può essere rivisitata e utilizzata oggi in un momento nel quale bisogna reinventare le regole economiche e sociali, a seguito della crisi mondiale che stiamo tutti vivendo?
Forse il villaggio non può più essere autosufficiente come era prima della colonizzazione inglese, ma l’integrazione tra villaggi, riuniti a centinaia a livello di Block, permette lo scambio tra vicini, col massimo ricavo e la minima spesa. ASSEFA ha creato per questo anche appositi mercati. Questa integrazione permette, inoltre, di evitare le monocolture con i rischi connessi e mantiene la diversificazione dei prodotti, rispettando così la varietà dei semi. Sono valori che stiamo scoprendo oggi con la crisi della globalizzazione. Certamente sarebbe bello importare i principi che regolano lo sviluppo dei villaggi ASSEFA: assemblee in cui tutti cercano il bene comune, disposti a sacrificare qualcosa per raggiungere un consenso condiviso, senza minoranze. Penso che qui da noi sia un’utopia irrealizzabile in questi termini, ma qualcosa potrebbe essere fatto specie nelle scuole.

Per avere dei Cittadini rispettosi della Natura e della Democrazia la scuola deve assolvere al proprio ruolo di educatrice. Tra i progetti ASSEFA c'è anche quello scolastico: com'è nato e come si sta sviluppando?
Appunto nelle scuole, a partire dalle materne, si può impostare un’educazione sociale, prima che la diseducazione che offriamo ai ragazzi prenda piede. È, anzi, urgente insegnare loro a considerare la propria opinione migliorabile nel confronto con le opinioni degli altri e che la convivenza richiede un qualche sacrificio delle proprie aspettative. Oggi è, però, più facile che si possa far capire la necessità del rispetto per l’ambiente, dell’agricoltura ecologica e dell’amore per gli animali. Tutto questo è presente nelle scuole ASSEFA. L’avvio del programma educativo e la pedagogia è dovuta alla sensibilità ed all’intelligenza di Vasantha, che nel 1978 lo iniziò chiedendo ad una trentina di madri di bambini in età scolare di risparmiare una ciotola di riso per l’alimentazione della maestra, maestra che fu lei stessa per diversi mesi nello sperduto villaggio di Vadugapatty (Tamil Nadu). Da lì si è esteso un progetto educativo che ha visto la creazione di migliaia di scuole di ogni ordine e grado, esclusa solo l’università. Il sostegno a distanza, che migliaia di italiani tramite ASSEFA-ITALIA hanno attivato con la modesta somma di € 150 all’anno, serve soprattutto per l’istruzione primaria.

Una delle caratteristiche di ASSEFA Italia è quella di non imporre mai scelte preconcette, ma di seguire i bisogni dei destinatari degli aiuti di cui si fa carico. Ascoltare e collaborare: potrebbero essere le due parole chiave del lavoro di ASSEFA?
Ascoltare e collaborare certamente sono due parole chiave per ASSEFA-ITALIA, ma per ASSEFA in India occorre anche aggiungere: suggerire, prevedere, organizzare. Il tutto in spirito di servizio. L’acrostico ASSEFA deriva dalle parole: Association Sarva Seva Farms, dove le parole indiane Sarva Seva significano “al servizio di tutti”. Chi è stato a visitare i progetti, ha potuto ammirare la completa disponibilità di Loganathan e Vasantha, degli insegnanti che vivono nei villaggi e collaborano anche con la popolazione, degli autisti e dello staff in generale.

Spese ridotte al minimo e bilanci trasparenti: è questo il motivo della fiducia e fedeltà dei vostri associati ed occasionali benefattori?
Sì, riforme a costo zero: come quella sanitaria, basata sulla responsabilizzazione già a scuola dei bambini, i kutty doctors “piccoli dottori”; di operatori sanitari nei villaggi, che estendono e rendono efficace l’opera dei medici, i quali raramente sono a completo servizio, come lo è invece la D.ssa Rani, che da un piccolo presidio di scuola di medicina e pronto soccorso a Gingee ha esteso la competenza alla zona costiera, colpita dallo Tsunami del 2004 nello stato di Pondicherry. Relazioni annuali, dichiarazioni dei revisori dei conti, che in India sono responsabili in proprio delle loro verifiche, nostre visite ai bambini “adottati a distanza” e ai progetti finanziati sono tutte forme che sostengono la fiducia degli amici italiani. Raccomandiamo, appunto, ai nostri collaboratori di vivere questi rapporti come amicizia e non come beneficenza, perché se riflettiamo su quanto si riceve, in termini di amicizia, di ideali e di proposta, constatiamo che dovremmo essere noi riconoscenti. Non è raro che, chi va in India a vedere il lavoro che là si compie, esprima questa riconoscenza, dichiarando di aver ricevuto molto più di quanto ha dato.

Alda Benazzi

martedì 12 febbraio 2013

Vandana Shiva’ - Dove tutto ha un prezzo e nulla ha un valore


Letto sul bellissimo blog di Maria G. Di Rienzo, qui condivido con mucho gusto:

(“How Violent Economic ‘Reforms’ Contribute to Violence Against Women”, di Vandana Shiva per Al Jazeera, 1.1.2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Vandana Shiva è un’ecofemminista, attivista per la biodiversità e i diritti dei contadini, vincitrice del Premio Nobel Alternativo – Right Livelihood Award – nel 1993, autrice di oltre 20 libri e 500 dissertazioni accademiche, fondatrice della “Fondazione per la ricerca nella scienza, la tecnologia e l’ecologia”.)

La coraggiosa vittima dello stupro di gruppo di Delhi ha tratto il suo ultimo respiro il 30 dicembre 2012. Questo articolo è un tributo a lei e alle altre vittime della violenza contro le donne. (nota introduttiva dell’Autrice)


La violenza contro le donne è vecchia quanto il patriarcato, ma si è intensificata ed è divenuta più pervasiva nel passato recente. Si è volta a forme più brutali, come nella morte della vittima dello stupro di gruppo di Delhi e nel suicidio della 17enne vittima di stupro a Chandigarh.

I casi di stupro e di violenza sono cresciuti durante gli anni. Il National Crime Records Bureau (NCRB) registrava 10.068 casi di stupro nel 1990, che sono aumentati a 16.496 nel 2000. Con la cifra di 24.206 nel 2011, i casi di stupro fanno un incredibile balzo del 873% dal 1971, quando l’NCRB cominciò a registrarli. New Delhi è emersa come la “capitale dello stupro dell’India”: vi accadono il 25% dei casi.

Il movimento per fermare questa violenza deve essere sostenuto sino a che giustizia sarà fatta per ciascuna delle nostre figlie e sorelle che è stata violata. E mentre intensifichiamo la nostra lotta perché le donne abbiano giustizia, dobbiamo anche chiederci perché i casi di stupro sono aumentati del 240% a partire dagli anni ’90, quando le nuove politiche economiche furono introdotte. Abbiamo necessità di esaminare le radici della crescente violenza contro le donne.

Può esserci una connessione fra la crescita di politiche economiche violente, imposte in modo non democratico e ingiuste, e la crescita dei crimini contro le donne? Io credo ci sia.

In primo luogo, il modello economico che si concentra in modo miope sulla “crescita” comincia con la violenza contro le donne, non tenendo in conto il loro contributo all’economia. Più il governo parla, sino alla nausea, di “crescita inclusiva” e di “inclusione finanziaria”, più esclude i contributi delle donne all’economia e alla società.

Secondo i modelli economici patriarcali, la produzione per il sostentamento vale come “non-produzione”. La trasformazione del valore in disvalore, del lavoro in non-lavoro, della conoscenza in non-conoscenza, si ottiene tramite il numero più potente che governa le nostre vite, il costrutto patriarcale detto “Prodotto Interno Lordo” (PIL), che molti commentatori hanno cominciato a chiamare “Problema Interno Lordo”. I sistemi contabili nazionali che sono usati per quantificare la crescita come PIL sono basati sull’assunto che se i produttori consumano ciò che producono, in effetti non hanno prodotto per nulla, perché si situano fuori dai confini dell’area produttiva.

L’area produttiva è una creazione politica che lavora per escludere da sé i cicli di produzione che implicano rigenerazione e rinnovo. Perciò, tutte le donne che producono per le loro famiglie, per i loro bambini, per le loro comunità e società, sono trattate come “non-produttive” e “inattive economicamente”. Quando le economie sono confinate nel mercato, l’autosufficienza economica è percepita come deficienza economica. La svalutazione del lavoro delle donne, e del lavoro fatto nelle economie di sussistenza del Sud, è il risultato naturale di confini di produzione costruiti dal patriarcato capitalista.

Restringendosi ai valori dell’economia di mercato, così come definita dal patriarcato capitalista, i confini della produzione ignorano il valore di due vitali economie che sono necessarie alla sopravvivenza ecologica e umana. Nell’economia della natura e nell’economia di sussistenza, il valore economico è una misura di come la vita della Terra e la vita umana sono protette. La sua moneta corrente sono i processi che danno la vita, non il denaro o il prezzo di mercato.

In secondo luogo, un modello di patriarcato capitalista che esclude il lavoro e la creazione di ricchezza fatti dalle donne, approfondisce la violenza cacciando le donne dagli ambienti naturali da cui dipendono le loro vite: le loro terre, le loro foreste, la loro acqua, i loro semi, la loro biodiversità. Riforme economiche basate sull’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato possono essere mantenute da un potere che si appropria delle risorse di chi è vulnerabile. L’arraffamento delle risorse che è essenziale per la “crescita” crea una cultura dello stupro: lo stupro della Terra, delle economie locali autosufficienti, delle donne. L’unico modo in cui questa “crescita” è “inclusiva” è che include numeri sempre più grandi nei suoi cerchi di violenza.

Ho ripetuto più volte che lo stupro della Terra e lo stupro delle donne sono intimamente connessi, sia metaforicamente nel dare forma a visioni del mondo, sia materialmente nel dare forma alle vite quotidiane delle donne. La sempre più profonda vulnerabilità economica delle donne le rende più vulnerabili ad ogni forma di violenza, incluse le aggressioni sessuali, come abbiamo scoperto durante una serie di udienze pubbliche relative all’impatto delle riforme economiche sulle donne, organizzate dalla Commissione nazionale sulle donne e dalla Fondazione per la ricerca nella scienza, la tecnologia e l’ecologia.

In terzo luogo, le riforme economiche tendono a sovvertire la democrazia e a privatizzare i governi. Il governo parla di riforme economiche come se esse non avessero nulla a che fare con la politica e il potere. Parlano di tenere la politica fuori dall’economia, anche nel mentre stanno imponendo un modello economico a cui danno forma le politiche specifiche per genere e classe. Le riforme neoliberiste lavorano contro la democrazia. Le riforme guidate dalle corporazioni economiche creano una convergenza di potere economico e politico, approfondendo le diseguaglianze e la crescente separazione tra la classe politica e la volontà del popolo che si suppone essa rappresenti. Questa è la radice della sconnessione fra i politici e l’opinione pubblica, di cui qui abbiamo fatto esperienza durante le proteste contro lo stupro di gruppo di Delhi.

Peggio ancora, una classe politica alienata ha timore dei suoi cittadini. Questo spiga l’uso della polizia per schiacciare le proteste nonviolente che abbiamo testimoniata a Nuova Delhi, le torture e gli arresti (Sori Sori a Bastar, Dayamani Barla a Jharkhand), le migliaia di violenze contro le comunità che lottano per non avere una centrale nucleare a Kudankulam. Uno stato privatizzato dalle corporazioni economiche deve giocoforza diventare rapidamente uno stato di polizia. Perciò i politici devono circondarsi di sicurezza al massimo livello, distogliendo le forze dell’ordine dai loro compiti di protezione dei cittadini ordinari e delle donne.

In quarto luogo, il modello economico del patriarcato capitalista si basa sulla mercificazione di tutto, donne incluse. Quando fermammo i lavori del WTO ministeriale a Seattle, il nostro slogan era: “Il nostro mondo non è in vendita”. Un’economia “liberalizzata” che deregolarizza il commercio, privatizza e mercifica semi e cibo, terre e acqua, donne e bambini, rinforza il patriarcato ed intensifica la violenza contro le donne. I sistemi economici influenzano le culture e i valori sociali. Un’economia di mercificazione crea una cultura di mercificazione, dove tutto ha un prezzo e nulla ha un valore. La crescente cultura dello stupro è l’esternalizzazione sociale delle riforme economiche. Dobbiamo tenere udienze pubbliche istituzionalizzate per le politiche neoliberiste, che sono lo strumento centrale del patriarcato nella nostra epoca. Se vi fossero state udienze pubbliche di chi lavora nel nostro settore dei semi, 270.000 contadini non si sarebbero suicidati in India, come invece è avvenuto sin da quanto le nuove politiche economiche sono state introdotte. Se vi fossero state udienze pubbliche di chi lavora sul cibo e in agricoltura, non avremmo un Indiano su quattro che ha fame, una donna indiana su tre malnutrita, e un bambino su due perduto o devastato a causa della denutrizione. L’India, oggi, non sarebbe la Repubblica della Fame di cui ha scritto Utsa Patnaik.

La vittima dello stupro di gruppo a Delhi ha innescato una rivoluzione sociale. Dobbiamo sostenerla, approfondirla, espanderla. Dobbiamo chiedere che la giustizia per le donne sia più veloce e più efficace, che i processi condannino rapidamente i responsabili di crimini contro le donne. Dobbiamo assicurarci che le leggi cambino, di modo che la giustizia non sia così elusiva per le vittime di violenza sessuale. Dobbiamo continuare a chiedere che vengano resi noti i politici che hanno precedenti penali. E mentre facciamo tutto questo, dobbiamo cambiare il paradigma vigente che ci viene imposto in nome della “crescita” e che sta alimentando i crimini contro le donne. Mettere fine alla violenza contro le donne include il muoversi oltre l’economia violenta formata dal patriarcato capitalista, verso le economie pacifiche e nonviolente che rispettano le donne e la Terra.