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martedì 25 agosto 2015

L'Albero della Vita

Questa spiegazione che introduce alla conoscenza della kabbalah (in quanto lo studio è molto, molto più approfondito), è a cura 

di Zoila Guzman

L'Albero della Vita costituisce la sintesi dei più noti e importanti insegnamenti della Cabalà. È un diagramma, astratto e simbolico, costituito da dieci entità, chiamate SEFIROT, disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro nel centro.

Il pilastro centrale si estende al di sopra e al di sotto degli altri due. Le Sefirot corrispondono ad importanti concetti metafisici, a veri e propri livelli all’Interno della Divinità. Inoltre, esse sono anche associate alle situazioni pratiche ed emotive attraversate da ognuno di noi, nella vita quotidiana. Le Sefirot sono dieci principi basilari, riconoscibili nella molteplicità disordinata e complessa della vita umana, capaci di unificarla e darle senso e pienezza. Osservando la figura, noterete che le dieci Sefirot sono collegate da ventidue canali, tre orizzontali, sette verticali e dodici diagonali. Ogni canale corrisponde ad una delle ventidue lettere dell’Alef Beit ebraico.

L'Albero della Vita è il programma secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi; è il cammino di discesa lungo la quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di risalita, attraverso cui l'intero creato può ritornare al traguardo cui tutto anela: l'unità del "grembo del Creatore", secondo una famosa espressione cabalistica. L"'Albero della Vita" è la "scala di Giacobbe" (vedi Genesi 28), la cui base è appoggiata sulla terra, e la cui cima tocca il cielo. Lungo di essa gli angeli, cioè le molteplici forme di consapevolezza che animano la creazione, salgono e scendono in continuazione. Lungo di essa sale e scende anche la consapevolezza degli esseri umani.

Tramite l’Albero della Vita ci arriva il nutrimento energetico presente nei campi di Luce divina che circondano la creazione. Tale nutrimento scorre e discende lungo la serie dei canali e delle Sefirot, assottigliandosi e suddividendosi, fino a raggiungere le creature, che ne hanno bisogno per sostenersi in vita. Lungo l'Albero della Vita salgono infine le preghiere e i pensieri di coloro che cercano Dio, e che desiderano esplorare reami sempre più vasti e perfetti dell'Essere.



I tre pilastri dell'Albero della Vita corrispondono alle tre vie che ogni essere umano ha davanti: l’Amore (destra), la Forza (sinistra), e la Compassione (centro). Solo la via mediana, chiamata anche "via regale", ha in sé la capacità di unificare gli opposti. Senza il pilastro centrale, l’Albero della Vita diventa quello della conoscenza del bene e del male. I pilastri a destra e a sinistra rappresentano inoltre le due polarità basilari di tutta la realtà: il maschile a destra e il femminile a sinistra, dai quali sgorgano tutte le altre coppie d’opposti presenti nella creazione.

L'insegnamento principale contenuto nella dottrina cabalistica dell'Albero della Vita è quello dell'integrazione delle componenti maschile e femminile, da effettuarsi sia all'interno della consapevolezza umana che nelle relazioni di coppia. Spiegano i cabalisti che il motivo principale per cui Adamo ed Eva si lasciarono ingannare dal serpente fu il fatto che il loro rapporto non era ancora perfetto. Il peccato d’Adamo consisté nell'aver voluto conoscere in profondità la dualità senza aver prima fatto esperienza sufficiente dello stato d’unità Divina, e senza aver portato tale unità all'interno della sua relazione con Eva. Il serpente s’insinuò nella frattura tra i due primi compagni della storia umana, e vi pose il suo veleno mortale.

Dopo il peccato, l'Albero della Vita fu nascosto, per impedire che Adamo, con il male che aveva ormai assorbito, avesse accesso al segreto della vita eterna e, così facendo, rendesse assoluto il principio del male. Adamo ha dovuto far esperienza della morte e della distruzione, poiché lui stesso aveva così scelto. Tramite tali esperienze negative, il suo essere malato si sarebbe potuto liberare dal veleno del serpente, per ridiventare la creatura eterna che Dio aveva concepito. Analogamente, tutte le esperienze tragiche e dolorose, che purtroppo possono succedere durante la vita umana (Dio ci preservi da ciò), sono tuttavia occasioni preziose per rendersi conto della distanza frappostasi tra lo stato ideale, del quale conserviamo una memoria nel super-conscio, e lo stato attuale. Esiste però una via più facile, più piacevole, la quale, pur non eliminando completamente l'amaro della medicina, ci permette già da adesso di assaggiare la gioia e perfezione contenuta nell'Albero della Vita, in misura variabile secondo le capacità di ognuno. Essa consiste nello studio della sapienza esoterica: la Cabalà.

Dopo aver perso lo stato paradisiaco del Giardino dell'Eden, l'umanità non ha più accesso diretto all'Albero della Vita, che rimane l'unica vera risposta ai bisogni d’infinità, di gioia e d’eternità che ci portiamo dentro. Come dice la Bibbia, la via che conduce all'Albero è guardata da una coppia di Cherubini, due Angeli armati di una spada fiammeggiante. Ciò però non significa che la via sia del tutto inaccessibile. Secondo la tradizione orale, i due Cherubini possiedono l'uno un volto maschile e l'altro un volto femminile. Essi rappresentano le due polarità fondamentali dell'esistenza, così come si esprimono sui piani più elevati della consapevolezza. Con il graduale ravvicinamento e riunificazione di tali principi, questi angeli cessano di essere i "Guardiani della soglia", il cui compito consiste nell'allontanare tutti coloro che non hanno il diritto di entrare, e diventano invece i pilastri che sostengono la porta che ci riconduce al Giardino dell'Eden. La loro stessa presenza serve da indicazione e da punto di riferimento per quanti stanno cercando di ritornare a Casa.

Non si tratta però di un lavoro facile. I due Cherubini hanno in mano una spada fiammeggiante a doppio taglio. Tra le molte altre cose, essa simboleggia a distruzione dei due Tempi di Gerusalemme. L'esilio del popolo ebraico è la continuazione dell'esilio d’Adamo. Ognuno di noi, nella vita, deve confrontarsi con questa doppia distruzione, con una doppia caduta (fisica e spirituale, morale e umana), con un doppio nascondersi di Dio. Dice un verso del Deuteronomio (31,18):

"poiché in quel giorno nasconderò doppiamente il Mio volto".

Si tratta di una doppia crisi, sia a livello di vita pratica che di fede interiore, un'iniziazione, attraverso cui dobbiamo passare se vogliamo il merito di ritrovare la strada. Se, dopo l’esperienza ripetuta della sofferenza e dell'esilio, la nostra fede rimane intatta, e il nostro desiderio di Dio e della verità rimane incrollabile, allora ci viene mostrato l'Albero della Vita. Analogamente, subito dopo la distruzione del secondo Tempio, lo Zohar (Libro dello Splendore) fu rivelato al mondo, e con esso venne data la descrizione dell'Albero della Vita. La strada era ritrovata, la via si era riaperta per tutti i ricercatori di Dio nella verità.

Le spade dei Cherubini si trasformano in due coppie di ali incrociate in alto, e insieme definiscono l'arco posto al di sopra del portale d'entrata al giardino dell'Eden: la Cinquantesima Porta della Conoscenza, "la Porta del Signore, attraverso la quale vengono i giusti". Essi diventano così i Cherubini che sovrastavano l'Arca dell'Alleanza, l'uno con un volto maschile, l'altro col volto femminile.

Come detto, l’Albero della Vita è il progetto seguito da Dio per creare il mondo. Le Sefirot sono l'origine d’interi settori dell'esistenza, sia nel mondo fisico sia in quello psicologico, come pure in quello spirituale.


Un esempio di ciò, nel mondo fisico, ci viene dalla struttura stessa del sistema solare. Al suo centro c'è il Sole, che rappresenta la Sefirà chiamata Keter o "Corona", la più alta dell'Albero, dalla quale proviene la luce che riempie e vitalizza tutte le altre. I nove pianeti che gli girano intorno rappresentano le altre nove Sefirot, secondo una semplice corrispondenza lineare, da Mercurio - Chokhmà a Plutone - Malkhut. Nello studiare le caratteristiche di ciascuna di esse è possibile vedere emergere un’inequivocabile similitudine con i tratti astronomici e astrologici posseduti dal pianeta corrispondente. Si noti come la struttura dell'Albero già contenesse posto per i tre pianeti più lontani dal Sole, scoperti solo di recente. Nel caso in cui la scienza rivelasse l'esistenza di un altro pianeta, come alcuni calcoli e ricerche fanno ritenere probabile, esso si collocherà al posto dell'undicesima Sefirà, chiamata Da'at o "Conoscenza", una misteriosa Sefirà che pur avendo un ruolo importantissimo nell'Albero non è tuttavia contata solitamente insieme con le altre.

Nel piano psicologico, le dieci Sefirot sono dieci stati della psiche umana. Il più alto, la Corona, è la condizione, peraltro raramente sperimentata, di totale trasfigurazione nel trascendente. Vi sono poi due tipi diversi di conoscenza intellettuale, corrispondenti alla percezione separata dei due emisferi cerebrali: la prima più artistica e intuitiva, la seconda più logica e razionale. Basterebbe questo dato a confermare l'estrema modernità e scientificità della Cabalà. Altre forme di misticismo prestano più il fianco alle critiche dei razionalisti e degli scettici, che le accusano d’essere vaghe, confuse e arcaiche, frutto d’esperienze e visioni soggettive, in ogni modo contrarie alle verità scientifiche. La Cabalà ha invece anticipato di secoli alcune tra le più importanti scoperte della scienza. Ad esempio, lo Zohar prima, e la dottrina sviluppata dall'Arizal dopo, contengono un'accurata descrizione dei due modi separati di conoscenza presenti nel cervello umano, identificati esattamente l'uno con il cervello destro e l'altro con quello sinistro.

Dopo le prime tre Sefirot vi sono sei stati emotivi della psiche, tre più intimi e tre più rivelati, più vicini all'esperienza fisica. Tutti e sei sono generati dall'opposizione fondamentale tra Chesed (Amore) e Ghevurà (Forza), comprensibili anche come attrazione e repulsione. Infine l'ultima Sefirà, Malkhut (Regno), corrisponde ad uno stato psicologico rivolto soprattutto alle contingenze del mondo fisico e alle sue necessità.

Nel piano più spirituale le dieci Sefirot diventano le "Dieci Potenze dell'Anima", dieci luci o sorgenti d’energia, che aiutano costantemente la crescita di coloro che sanno connettersi con esse, nel loro cammino di ritorno all'Albero della Vita.


Conoscere l'alfabeto ci permette di scrivere, ma conoscere i valori segreti delle lettere ci permette di possedere la "Conoscenza dei Misteri". L'alfabeto ebraico ha, per la speculazione qabbalistica, un valore eminente: esso non è solamente il veicolo di transito di ogni pensiero, ma - ne fa fede la Bibbia - è il pilastro portante sul quale è stato creato l'intero universo.

venerdì 30 gennaio 2015

Lo Shabbat della canzone



28.01.2015 - Concetti Kabbalistici - di Michael Berg

Lo Shabbat di questa settimana è molto importante; è quello che, nei Centri Kabbalah, chiamiamo lo Shabbat dei 72 nomi di Dio. Tuttavia, si dice che i Kabbalisti chiamano questo Shabbat ''Shira'', lo Shabbat della Canzone.

Un bel po' di cose importanti si sono verificate in questo Shabbat:
la rivelazione dei 72 nomi,
il grande miracolo della divisione del Mar Rosso,
la canzone che gli Israeliti cantarono dopo la scissione del Mare,
la manna,
la lotta contro Amalek, o il dubbio e la negatività.

Di questi, sembrerebbe che il canto sia il meno importante; ma, i Kabbalisti hanno scelto di chiamare questo Shabbat, Shira. Perché?
Il Rav ha sempre spiegato che ci sono due realtà ovunque, in ogni momento. C'è la realtà dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male, dove, purtroppo, è la maggior parte di noi. In quella realtà, a volte sperimentiamo le cose buone, e qualche volta sperimentiamo cose cattive. Ma nello stesso momento esatto, c'è anche un altro livello, la vera realtà, chiamato Etz Chaim, l'Albero della Vita. La vera realtà dove c'è solo il bene. Noi, con la nostra coscienza ridotta, ancora viviamo nel regno dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male, e vediamo solo quel mondo.

In ultima analisi, lo scopo del lavoro che facciamo è quello di portare il mondo alla vera coscienza dell'Albero della Vita. Il lavoro che facciamo, l'elevazione spirituale che speriamo di raggiungere, è finalizzata a portarci a quella coscienza. Se siamo stati in grado oggi di guardare a questo mondo, e vedere solo la bontà, sarebbe la fine, sarebbe Gemar HaTikun. Ma poiché siamo ancora nel giudizio, non siamo in grado di penetrare il velo di oscurità dell'Albero della Conoscenza Bene e del Male, e non vediamo la realtà di Etz Chaim.
Quindi lo scopo del nostro lavoro, in realtà, non è quello di diventare persone spirituali. Non è altro che fare ciò che ci permetterà di avere la coscienza dell'Albero della Vita, la coscienza che tutto è buono. Tutto il lavoro che facciamo, tutte le connessioni che facciamo, servono solo a prepararci ad essere in grado di avere questa coscienza.

La coscienza chiamata Shira, canzone.
Naturalmente questa canzone non si riferisce semplicemente ad una bella canzone. Rappresenta l'unità; si dice nel Midrash che quando gli Israeliti cantarono al mare, le parole non vennero fuori dalla propria mente. In quel momento, tutta la natura è stata unificata, ed è divenuta uno, in questa coscienza. Pertanto, la rivelazione dei 72 nomi di Dio, il grande miracolo del frazionamento del Mare, non era quello che era importante. La rivelazione dei 72 nomi e la scissione del Mare è accaduta per consentire loro di avere la coscienza di Etz Chaim.

Pensate per un momento: l'unica ragione per cui i 72 nomi sono stati rivelati a Mosè, l'unica ragione della scissione del Mare Rosso, è stato quella di portare gli Israeliti alla coscienza dell'Albero della Vita.

Si dice nel Midrash che, nella canzone, gli Israeliti dicevano Hashem Yimloch, "il Creatore regnerà", ma che, se avessero detto Hashem Melech, che significa che questa coscienza poteva rimanere per sempre, sarebbe tutto finito lì.
Cosa significa questo?
I 72 nomi sono stati rivelati a loro, la scissione del Mare si è verificata per loro, e loro si elevarono al punto in cui dissero, "Io posso guardare questo mondo e ho la coscienza di Etz Chaim. Io credo in me stesso che posso vedere solo la bontà in questo mondo". Ma anche a quel punto ancora non credevano che potesse essere per sempre. E poiché dissero Hashem Yimloch - che significa, questo è incredibile, vediamo che siamo alla fine, - ma ancora non credevano che avrebbero potuto portare la fine proprio allora, e che non sarebbe stato per sempre.

Così, la nostra prima comprensione è che, questo è il motivo per cui i Kabbalisti lo chiamano Shabbat Shira; perché lo scopo di questo Shabbat è la coscienza. Non c'è altro Shabbat dell'anno in cui si rivela la coscienza -non il lavoro verso la coscienza, ma la coscienza stessa- di bilah HaMavet LaNetzach, la rimozione della morte per sempre. La coscienza di Shira, l'unità del mondo, è stato rivelata solo in questo Shabbat. La coscienza di Etz Chaim è stato rivelata solo in questo Shabbat. Pertanto, il dono di questo Shabbat è quello di collegarci a questa coscienza, e, come tale, è uno degli Shabbat dove non si può davvero parlare, non si può davvero spiegare, è uno Shabbat in cui si deve solo sperimentare.

Lo Zohar, in questa porzione, ci fa capire di stare molto attenti al nostro parlare; anche nel parlare spirituale e nel nostro lavoro spirituale, perché questo è lo Shabbat in cui si sta in silenzio. Proprio come poi fecero gli Israeliti, in questo Shabbat, ognuno di noi può sperimentare la coscienza Etz Chaim. Non è qualcosa da capire, da spiegare, o che può essere raggiunta con le nostre preghiere e lo studio. Se stiamo in silenzio, come dice lo Zohar, allora possiamo davvero sperimentare questo meraviglioso dono che non ci è dato in nessun'altro Shabbat. Ognuno di noi, in questo Shabbat, può finalmente gustare la coscienza dell'Albero Vita.
Ma dobbiamo anche credere che siamo in grado di connetterci ad esso.

Si dice nel Midrash, e lo afferma il Rashi, che dopo il miracolo della divisione del Mar Rosso, gli Israeliti risvegliarono nel loro cuore il desiderio di dire la canzone. Ciò significa che, dopo quel tremendo miracolo, avevano da fare una scelta: dobbiamo credere in noi stessi di poter raggiungere la coscienza Etz Chaim? 
Avrebbero potuto dire no. 
Avrebbero potuto essere grati al Creatore per il miracolo e fermarsi lì. Ma non l'hanno fatto, perché credevano di poter raggiungere quella coscienza, perché credevano che potevano raggiungere il livello di Shira. E, di conseguenza, l'hanno rivelata, anche per se stessi.

Quindi è molto importante che, oltre ad avere una comprensione del dono di questo Shabbat, abbiamo bisogno di credere in noi e, che possiamo raggiungerla. Sarà così possibile avere l'opportunità di ringraziare dopo il miracolo, ma Shira non significa rendere grazie. Rappresenta il passo successivo in cui è detto, "Io credo che posso portare me stesso, proprio adesso. Per connettermi a Shira, per collegarmi, veramente, alla coscienza Etz Chaim" E poichè credettero di poterlo fare, risvegliarono quella Luce per se stessi e per il mondo. Aprirono la porta per la Redenzione Finale.

Questo Shabbat è un'opportunità incredibile in cui si aprono le porte dell'Albero della Vita. Non possiamo parlarne, non possiamo nemmeno pensarci ... dobbiamo semplicemente connetterci ad esso.
E' uno Shabbat, non so se usare la parola emozione, o sentimento, ma è questo, e dobbiamo credere davvero che possiamo farlo da soli. In questo Shabbat, dobbiamo accettare, come fecero gli Israeliti, che siamo in grado di elevare noi stessi e il resto del mondo a quel livello.

Nel Midrash si dice che quì impariamo che lo scopo del Messia e lo scopo della nostra generazione è quello di elevare noi stessi e il mondo.
Lo Shabbat dove facciamo questa scelta, è questo, Shabbat Shira, con la porzione di Beshalach.
Questo è lo Shabbat per l'elevazione della nostra coscienza e del mondo.
È un'opportunità incredibile che spero tutti noi possiamo veramente cogliere.

domenica 29 settembre 2013

IL NUMERO PARLATO

La Psiconeuroanalisi alla luce della Kabbalah
a cura di Shazarahel
The_Other_Room
opera The Other Room dell’artista Sam Winston

Il Dott. Dore è il fondatore della geniale teoria chiamata Psiconeuroanalisi, la cui applicazione terapeutica permette la graduale guarigione dal morbo di alztailer e da altre demenze cerebrali.
Il cuore di questa nuova teoria, come dimostrato dai risultati clinici ottenuti, è il rapporto mente-cervello; ossia essa si pone come dimostrazione scientifica del fatto che la mente psichica esercita un potere sulla materia cerebrale organica per mezzo della parola.
La Parola è il vettore capace di trasportare il messaggio razionale e logico generato dalla mente alla materia cerebrale e di intervenire sul DNA delle cellule nervose.
Sappiamo già, dalla psicoanalisi freudiana, come il problema psicologico si converta spesso in un sintomo somatico. La patologia psichica - spesso conseguenza di una cattiva interazione fra i due emisferi cerebrali- va ancora più lontanto, in quanto provoca un vero e proprio danno funzionale a diverse aree corticali che è possibile ossevare e quantificare tramite esami appropriati.
La Psiconeuroanalisi interviene sulle patologie psichiche per mezzo dell’uso razionale del linguaggio umano.
La sede fisica del linguaggio si trova nelle aree cerebrali di Broca e di Wernicke dell’emisfero sinistro. L’asimmetria cerebrale, scoperta scientifica relativamente recente, era già conosciuta dai Kabbalisti da tempo immemorabile, che attribuivano a ciascun emisfero proprietà specifiche e differenziate. Negli antichi scritti della Kabbalah ebraica, si parla dell’emisfero sinistro, come della sede dell’intelligenza razionale, Binah, e del linguaggio, e del cervello destro, come sede della sapienza intuitiva, Hokmah. Nella Kabbalah l’equilibrio e l’armonia nascono dall’integrazione di entrambi i cervelli.
Adam Kadmon
In conformità con quanto detto dagli antichi Maestri, la psiconeuroanalisi giunge alla guarigione delle patologie psichiche mediante un riequilibrio delle attività proprie di ciascun emisfero. Ad esempio, la cura per l’isteria, che corrisponde ad un’esasperazione delle funzioni emotive tipiche dell’emisfero destro, consiste nello sviluppo e nel potenziamento delle funzioni razionali e logiche tipiche dell’emisfero sinistro.
Questa operazione avviene mediante l’uso cosciente del linguaggio, inteso come il vettore capace di trasportare il messaggio della mente al cervello.
In questo senso, la Psiconeuroanalisi si pone come un’applicazione terapeutica degli antichi insegnamenti kabbalistici, secondo i quali tutto ciò che esiste è risultato della Parola: i risultati ottenuti sui danni organici alla corteccia cerebrali di diversi pazienti, è una dimostrazione della potenza del linguaggio umano. La parola influisce ed agisce sulla materia del nostro organismo.
Come dice il Dott. Dore, ogni vocabolo aggiunto è un “attivo frammento cosciente del mondo”.

Il trattamento Psiconeuroanalitico prevede anche un importante ampliamento linguistico-lessicale (di solito dieci per ogni incontro, soppesati dal medico ad ogni seduta secondo il loro intrinseco gradiente informativo-semantico, che deve essere sempre giustapposto alle capacità mentali che il paziente presenta, di volta in volta, con il procedere della terapia), afferenti alle più svariate conoscenze naturali e umanistiche, e che a ogni successiva seduta vengono, oltre che interrogati al paziente (il quale è obbligato alla conoscenza sia degli ultimi termini che di tutti i precedenti), anche ripresi e ampliati dal medico secondo il modo innovativo che ha offerto questo nuovo intendimento della realtà.
Altri due pilastri della Psiconeuroanalisi sono in perfetta conformità al pensiero kabbalistico: il rapporto parole-numeri e la legge degli opposti (intesi come destra-sinistra, maschio-femmina).
Il Dott. Dore, in una lezione della quale riportiamo di seguito alcuni estratti, spiega in maniera geniale il rapporto che esiste fra il linguaggio e i numeri, fra le funzioni linguistiche e numeriche, che si collocano entrambe nella corteccia dell’emisfero sinistro.
Questo rapporto venne messo in evidenza dalla Kabbalah ebraica fin dalla notte dei tempi: in effetti la lingua ebraica usa i segni grafici dell’alfabeto sia come “suoni-lettere”, sia come “cifre-numeri”. Una lettera dunque è allo stesso tempo sia suono che numero.
 alfabeto_ebraico
Tutti lo sappiamo ormai, anche leggendo le riviste di divulgazione, che un intero emisfero del cervello è dedicato al linguaggio. Il linguaggio è la sola lingua, quella che si parla, ma è anche tutto ciò che si usa in modo metaliguistico per comunicare. L’emisfero sinistro – ma anche il destro è implicato – lavora perché si possa giungere “all’altro”. Il linguaggio implica collegamento: ciò vuol dire che un nostro emisfero si è specializzato per comunicare con il prossimo. Dietro il linguaggio c’è già l’idea che l’uomo è un essere sociale. Se andiamo a vedere l’estensione di queste aree dedicate al linguaggio, moduli specifici, sono molto vaste. Possiamo dire che coprono letteralmente l’intero emisfero sinistro. Ora nell’emisfero sinistro stesso però ci sono anche le aree deputate ai numeri, e i numeri hanno una doppia valenza: d’avere una morfologia che sembri un segno che è riproducibile nel linguaggio. Perché noi non possiamo definire il numero più grande che esista? Anche per una questione di confini linguistici. Anche se esistesse il numero infinito, nessuno potrebbe leggerlo, perché il linguaggio ha la capacità di significare tale complessità espressa. Ciò significa che fra il linguaggio e i numeri c’è un rapporto: io, mentre conto, parlo, ma mentre parlo faccio atto linguistico e mentre faccio un atto linguistico presento un atto quantitativo.
Vediamo in che modo l’uomo ha sempre vissuto il rapporto tra la quantità e la qualità. Perché dico quantità e qualità? Perché il linguaggio è qualità. Se io dico: “guarda quel lampadario”, non sto dando definizioni specifiche delle quantità in gioco, ma sto definendo un tutt’uno e basta, ovvero la qualità del lampadario. In parole più semplici: gli ho dato un aggettivo e in esso si è chiuso tutto. Se invece usassi lo strumento quantitativo, dovrei misurare il peso, la lunghezza delle sue braccia, addirittura dovremmo misurare l’intesità di luce che emettono le sue lampadine. Inoltre, per parlare del lampadario, ho bisogno prima di identificarlo col linguaggio, poi di misurarlo (numero). Tra i due subentra questo tipo di legame.

Qualità
Quantità


Linguaggio
Numero

Facciamo un altro esempio che rende più chiaro il concetto, e cioé, perché è importante che i due viaggino assieme. Parliamo di un albero. L’albero ha la sua morfologia. Ora, una volta che l’albero è rappresentato, di lui conosco la parola. La parola “albero” ha una sua storia; ho definito l’entità-oggetto in esame completamente, senza bisogno di ulteriori definizioni. E questo nel mondo dei comunicanti è sufficiente per orientarsi nel significato. Però se dell’albero apporto un secondo tipo di rappresentazione, cioè quella quantitativa, posso distinguerlo dagli altri alberi, perché avrà una certa altezza, una certa grossezza di tronco, una certa ricchezza di chioma: tutto questo è quantità. Però notate bene: se non c’è il linguaggio che mi dia il bersaglio “albero”, la matematica non è applicabile. Quindi la matematica è un atto che segue obbligatoriamente il linguaggio, che viene dopo il linguaggio. Il linguaggio identifica il bersaglio, mentre il numero lo raffina ulteriormente; cioè, entra in esso e si sa che i numeri che si stanno dando appartengono a quell’oggetto. Senza il linguaggio, non è applicabile il numero.
Nel nostro cervello sembra che questo sia risaputo da sempre. Voi direte che si è sviluppata di più l’area del linguaggio perché abbiamo più parlato che calcolato. Potremmo dire invece, che la necessità evolutiva era che si formasse molto linguaggio, perché bisognava conquistarsi tutta la realtà con la parola, e poca col numero, perché i numeri fondamentalmente sono pochi da manipolare diventano complessi solo all’interno della “letterazione”. Il poter racchiudere il significato del mondo all’interno del linguaggio, ha preteso una vastità di estensione corticale sufficiente a parlare di tutto, o comunque tutto ciò che noi vogliamo denominare perché abbiamo una grande rappresentazione linguistica. Una volta che sai rappresentarti la cosa linguisticamente, puoi applicare poi l’atto numerico; ma l’atto numerico è in ogni cosa che tu misuri, letteralmente sempre la stessa cosa. È un rituale fisso, invece l’atto linguistico è un rituale elastico, dinamico.
Vedete come fra i due c’è un rapporto di chiave e serratura. La chiave è il linguaggio, la matematica è la serratura (se non ti fa capire l’ingranaggio, a livello analitico, di ciò che però tu hai già bersagliato, già identificato). Di conseguenza, un forte linguaggio, è già un precursore di una forte capacità matematica. Perché se uno ha poco linguaggio, poche cose può rappresentarsi, e praticamente poche cose può conoscere (deduzione logica). Ecco perché noi (impeghiamo) la parola Logos che vuol dire “linguaggio razionale”; è come dire quasi un “linguaggio matematico”.
Una persona straniera che vive in Italia, ad esempio, per contare è costretta sempre a portare i numeri nella sua lingua originale. Ma si tratta di un problema di traduzione, in quanto i numeri sono universali; cioè, al di là della lingua che si parla, la griglia numerica è la medesima; ecco perché l’equazione è uguale per tutti mentre invece una parola scritta in una certa lingua non è uguale per tutti. Ciò non toglie comunque che, una volta che hai identificato con la tua lingua quell’oggetto di natura, puoi utilizzare i numeri. Se la tua lingua non è presente, quell’oggetto di natura tu non puoi misurarlo. E quindi tu hai un vuoto di tipo conoscitivo. Ne va da sé che il linguaggio ha anticipato lo sviluppo dei numeri, non viceversa.
L’analisi permette il passaggio dalla descrizione qualitativa a alla descrizione quantitativa.
Il linguaggio anticipa l’atto del misurare. Il numero misura la parola: una volta che tu lo hai definito con la parola, lo quantifichi, lo misuri. Ma se non sai cos’è l’albero, se tu non hai il concetto di albero, cosa misuri?
Se dunque le aree del cervello sono disposte in quel modo -c’è più linguaggio e meno numero- è un caso o è una necessità? A livello neurologico è una necessità. Ecco spiegato perché siamo fatti così. Quindi la qualità anticipa comunque la quantità. Però il legame è inverso, perché più forte sei nel linguaggio, più possibilità hai di sviluppare una forte quantità; c’è un terreno fertile. Mentre non è vero il contrario. Ora, cosa abbiamo in fin dei conti analizzato senza rendercene conto? La legge degli opposti. Chi è che non sa che l’opposto della quantità è la qualità? Quindi gli opposti vanno uniti insieme per dare un unico effetto.
Abbiamo dovuto spiegare due livelli: il primo è quello cerebrale, perché il cervello è organizzato così. Il secondo è il linguaggio: perché ha questa pregnanza, perché quando anche uno fa calcoli deve per forza parlare? Anche se leggo un numero, lo dico a parole, e se lo dico a parole vuol dire che il numero non si è mai liberato dal segnale, non si è mai liberato dalla qualità. Non è un caso che, nell’Ottocento, c’è stato tutto un filone speciale della matematica, dove alcuni uomini si sono riuniti e hanno detto: dato che la matematica in fin dei conti presenta delle verità logiche, riduciamo tutta la matematica alla logica. Ma fare questo passaggio vuol dire: “riduciamo tutta la matematica al linguaggio”, ovviamente al linguaggio coerente. Nel fare questo, secondo questi logici i numeri -ad esempio il numero 3 e il numero 5- non hanno più una valenza metafisica, come Pitagora pensava, ma sono solamente una questione di insiemi. Se dico 3 -che sono 3 oggetti, che possono essere 3 bottiglie, 3 uomini, 3 donne, 3 cappelli, eccetera- assurgono tutti alla classe del 3. Quindi il 3 esiste perché c’è la classe del 3. E questa è un’interpretazione. Ma, dai discorsi che stiamo facendo noi, sulle matrici del cosmo, i numeri non sono nati così. Anzi sono entità vere che precedono gli insiemi.
Anatomicamente le aree predisposte alla comprensione del linguaggio, la semantica, prima ancora dell’espressione sono anteriori e la matematica sono posteriori, sono anche abbastanza vicine, sono confinanti ma non uguali, perché se voglio conoscere una cosa, la devo indicare: questo è un concetto. Per pesare la devo toccare, e quindi per pesarla devo in fin dei conti manipolarla. Non è un caso che i numeri siano prossimi a dove sono le dita; ciò significa che il numero nasce dal fatto che l’oggetto lo incontra, invece il concetto nasce soltanto perché l’oggetto l’ho visto. Bene? Quindi c’è dalla nascita del concetto qualitativo, un rapporto molto più elastico, tra il mondo che mi stimola i cinque sensi e la mente che elabora la sintesi, il concetto. Mentre la matematica è più un passaggio statico (per) toccare un oggetto. Quindi c’è un senso più specializzato di altri, questo proprio a livello di esperienze originarie (che non ha lasciato traccia) nel nostro cervello, poi sviluppando ovviamente l’astrazione, la materia è stata svincolata dal peso diretto, ma alle origini era così.

Nelle immagini che seguono, vediamo il cervello di un paziente prima e dopo il trattamento psiconeroanalitico: i risultati clinici ottenuti sulla corteccia cerebrale sono evidenti.
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